
Panoramica
La Rete clinica ictus del Friuli Venezia Giulia è stata creata per garantire a tutte le persone colpite da ictus un percorso di cura rapido, efficace e sicuro, in grado di migliorare la sopravvivenza, ridurre le complicanze e aiutare le persone a ritornare alla vita quotidiana nel modo migliore possibile, indipendentemente dal luogo in cui si trovano in regione.
La rete collega ospedali, ambulatori, servizi di emergenza e centri di riabilitazione, coordinando medici, infermieri e specialisti in tutto il territorio. Grazie a questo sistema, chi ha un ictus può ricevere diagnosi immediate, terapie adeguate e continuità di cure, senza perdere tempo prezioso nel passaggio tra strutture diverse.
Oltre alla fase acuta, la rete supporta anche la prevenzione delle recidive e il recupero funzionale, offrendo programmi di riabilitazione personalizzati e seguendo i pazienti anche dopo la dimissione dall’ospedale.
| DOCUMENTO | ATTO |
|---|---|
| Aggiornamento del gruppo di coordinamento della rete e nomina nuovo coordinatore | Det. ARCS 707/2024 |
Per cittadini
In Friuli Venezia Giulia ci sono tre Stroke Unit operative, tutte riconosciute per elevati standard di qualità nel trattamento dell’ictus acuto e parte della Rete regionale per la gestione dell’ictus:
Stroke Unit – Ospedale Santa Maria della Misericordia (Udine)
Ospedale Santa Maria della Misericordia - Udine, Piazza S.M. della Misericordia, 15
Segreteria SOC Neurologia: padiglione n. 4, quarto piano
Degenze Neurologia e Stroke Unit: padiglione n. 4, quinto piano
Day Hospital pre/post ricovero
Ambulatori: padiglione n. 4, quarto piano
Tel. 0432 552720
Email: neurologia@asufc.sanita.fvg.it
SS Stroke Unit – Ospedale di Cattinara (TS)
Ospedale di Cattinara - Trieste, Strada di Fiume, 447
Torre Medica, 8° piano
Tel. 040 399 4282
Email: segreteria.clneuro@asugi.sanita.fvg.it
Stroke Unit – Ospedale Santa Maria degli Angeli (Pordenone)
Ospedale Santa Maria degli Angeli - Pordenone, Via Montereale, 24
S.C. Neurologia - Padiglione B, 2° piano
Tel: 0434 399447
Email: neurologia@asfo.sanita.fvg.it
L’Attività Fisica Adattata (AFA) è un insieme di esercizi pensati per migliorare la salute fisica e la qualità della vita di persone adulte o anziane che hanno difficoltà motorie o malattie croniche stabilizzate, tra cui chi ha avuto un ictus. Si tratta di attività non sanitaria, cioè non è terapia medica, ma è coordinata e controllata dal Servizio Sanitario Regionale per essere sicura e adatta alle esigenze di chi partecipa.
In Friuli Venezia Giulia la Regione ha creato una rete di “Palestre della salute” e di strutture e associazioni che offrono percorsi di AFA. Questi percorsi si svolgono principalmente in gruppo, con esercizi fisici adatti alle capacità delle persone, sotto la guida di professionisti qualificati. L’obiettivo è aumentare il tono muscolare, migliorare i movimenti articolari, la resistenza alla fatica e favorire il benessere generale.
Chi ha avuto un ictus può parlare con il proprio medico di medicina generale o con uno specialista per valutare se l’AFA può essere utile dopo la riabilitazione medica. Il medico può segnalare la persona al centro AFA del territorio, dove viene fatta una valutazione motoria e si definisce il programma adatto. L’AFA può aiutare a mantenere i risultati ottenuti con la riabilitazione, a sostenere un’attività fisica sicura e graduale e anche a favorire la socializzazione con altre persone. È un modo per continuare a prendersi cura di sé, restare attivi e promuovere uno stile di vita sano dopo l’ictus.
Se vuoi partecipare a corsi di AFA in Friuli Venezia Giulia, puoi chiedere informazioni al tuo medico oppure contattare i Centri di Coordinamento AFA presenti nei distretti sanitari della regione, che ti spiegano come accedere alle attività e quali sono i percorsi disponibili.
Dopo un ictus, una delle paure più grandi riguarda il lavoro: posso continuare? Perderò il posto? Ho delle protezioni?
In Italia è prevista una rete articolata di diritti, strumenti di tutela e servizi di supporto pensati proprio per le persone che, a causa di una condizione di salute, vedono ridotta la propria capacità lavorativa.
Non si tratta solo di assistenza economica, ma anche di diritto al lavoro in condizioni compatibili con la propria salute, di possibilità di reinserimento, adattamento delle mansioni, percorsi personalizzati e protezioni contro la discriminazione. Tuttavia, queste opportunità non si attivano automaticamente: è fondamentale conoscere quali riconoscimenti richiedere, a quali uffici rivolgersi e quali percorsi seguire.
Riconoscimento della disabilità e percentuale di invalidità
Per attivare molte delle tutele lavorative a disposizione di chi ha avuto un ictus è necessario ottenere il riconoscimento di invalidità civile da parte dell’INPS tramite opportuna documentazione medica. Il verbale INPS riportante la percentuale di invalidità indica quanto la capacità lavorativa è ridotta.
Quando l’ictus determina una riduzione di capacità lavorativa ≥ 45%, si può accedere a strumenti di tutela e inserimento lavorativo come quelli previsti dalla Legge 68/99.
Legge 68/99 – “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”
La legge 68/99 è la norma più importante per il lavoro delle persone con disabilità.
Prevede:
- Collocamento mirato
È un percorso di inserimento lavorativo personalizzato basato sulle capacità lavorative residue. - Obbligo di quota di assunzione per datori di lavoro con più di 15 dipendenti
Le imprese di una certa dimensione devono assumere un numero minimo di persone appartenenti alle categorie protette (inclusi disabili con riduzione di capacità lavorativa significativa). - Divieto di discriminazione e “reasonable accommodations”
La legge italiana (e la giurisprudenza recente) richiede ai datori di lavoro l’adozione di misure ragionevoli per adattare l’ambiente o le mansioni, così da consentire alla persona di lavorare in condizioni eque (es. possibilità di telelavoro, strumenti di compensazione ecc.).
Requisiti per iscriversi al collocamento mirato:
- verbale di invalidità civile con riduzione capacità lavorativa ≥ 45%, oppure
- invalidità del lavoro con riduzione abilità lavorativa > 33% certificata dall’INAIL oppure
- altre categorie protette con invalidità specifiche
In Friuli Venezia Giulia il collocamento mirato è gestito dai Centri Per l’Impiego. Se vuoi iscriverti, devi presentarti al Centro per l’Impiego della provincia di residenza (Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia) con documentazione e verbale di invalidità.
Assistere una persona dopo un ictus non riguarda solo la gestione fisica delle attività quotidiane: è un impegno emotivo, organizzativo e spesso anche economico. Per questo in Friuli Venezia Giulia sono state attivate diverse misure di supporto, contributi e servizi territoriali dedicate ai caregiver familiari, ovvero coloro che quotidianamente si prendono cura di un congiunto non autosufficiente, come può essere il caso post-ictus.
Contributo caregiver regionale
La Regione ha istituito un Fondo dedicato al sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare, finalizzato a dare un supporto economico e di sollievo a chi assiste in ambiente domestico una persona con disabilità o non autosufficiente.
Cosa offre il fondo
- Contributo economico mensile (tipicamente circa 300 € al mese per un massimo di 12 mesi), destinato a progetti personalizzati di assistenza e cura domiciliare della persona.
- Risorse mirate ai caregiver di persone con disabilità grave o gravissima o di chi assiste un familiare non autosufficiente.
- Possibilità di utilizzare il contributo per attività di sollievo (ossia interventi che consentono al caregiver una pausa), servizi di assistenza sociosanitaria, attività di formazione o percorsi di sostegno psicologico previsti nei progetti personalizzati.
A chi si rivolge
- A caregiver familiari residenti in Regione che assistono persone residenti in Friuli Venezia Giulia.
- Il nucleo familiare deve avere un ISEE entro limiti stabiliti per poter accedere al contributo.
Come accedere
La procedura varia a seconda dell’ambito territoriale. Le domande si presentano ai servizi sociali del proprio Comune o all’Ambito territoriale competente, entro i termini previsti nei bandi annuali.
Ogni servizio sociale territoriale gestisce le richieste e coordina la valutazione multidimensionale dei bisogni della persona assistita e del caregiver.
È importante monitorare i bandi pubblicati dai Comuni o dagli Ambiti sociali perché i termini per presentare le domande sono fissati annualmente.
Per informazioni visita il sito della Regione Friuli Venezia Giulia
Servizi territoriali e supporto sociale
Oltre ai contributi economici, i caregiver possono accedere attraverso i Servizi Sociali dei Comuni e i relativi Punti Unici di Accesso (PUA) a:
- valutazioni dei bisogni di assistenza integrata
- progetti personalizzati di supporto che possono includere periodi di sollievo, assistenza domiciliare e collegamento con i servizi sanitari
- informazioni su gruppi di supporto, associazioni e attività di sostegno psicologico presenti sul territorio, utili per gestire l’aspetto emotivo dell’assistenza (questi servizi possono variare per disponibilità e modalità di accesso in base ai comuni e agli ambiti)
Per professionisti
Approfondimenti
Ictus è un termine latino che significa colpo (in inglese stroke).
Si tratta di una condizione medica grave e urgente: una lesione cerebro-vascolare causata dall'interruzione del flusso di sangue al cervello dovuta a ostruzione o a rottura di un’arteria. Il flusso di sangue verso una parte del cervello si interrompe o si riduce in modo improvviso e, di conseguenza, i neuroni, privati dell'ossigeno e dei nutrimenti necessari anche solo per pochi minuti, cominciano a morire.
Se le modificazioni dell’apporto di sangue al cervello sono brevi, le conseguenze tendono ad essere lievi e facilmente recuperabili; se sono prolungate, ci possono essere ripercussioni significativamente più gravi.
L'ictus può colpire anche una persona in piena salute, che può accusarne i sintomi senza dolore e senza preavviso. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano l’ictus, come ad esempio una cefalea intensa e improvvisa.
L'importanza del fattore tempo
L’ictus è definito una patologia tempo-dipendente perché la rapidità con cui si interviene influisce in modo decisivo sull’esito della malattia. Quando il flusso di sangue al cervello si interrompe, le cellule cerebrali non ricevono più ossigeno e nutrienti e iniziano a danneggiarsi già dopo pochi minuti. Un intervento tempestivo è quindi fondamentale: prima si agisce per ripristinare la circolazione sanguigna, maggiori sono le probabilità di salvare il tessuto cerebrale, ridurre i danni neurologici e migliorare significativamente le possibilità di recupero.
Riconoscere subito i sintomi dell’ictus e chiamare immediatamente i servizi di emergenza è quindi essenziale per garantire un intervento rapido ed efficace.
Quali sono i diversi tipi di ictus
Ictus ischemico
È il più frequente, costituisce circa l’80% degli ictus. La causa principale è data dall'occlusione delle arterie cerebrali dovuta ad un trombo (coagulo di sangue) o da un embolo proveniente dal cuore o da altro distretto vascolare.
Nel primo caso l’ictus viene anche detto ictus trombotico o trombosi cerebrale. I trombi si formano molto spesso in vasi sanguigni danneggiati dall'aterosclerosi, una patologia nella quale le sostanze grasse si depositano sulle pareti arteriose riducendo gradualmente il flusso ematico. L’ostruzione impedisce al sangue di raggiungere una parte del cervello, provocando un danno alle cellule cerebrali per mancanza di ossigeno. I sintomi possono comparire gradualmente o improvvisamente e, come per tutti gli ictus, è fondamentale un intervento rapido per limitare i danni neurologici.
Nel secondo caso un coagulo di sangue, l'embolo, che si è formato in un'altra parte del corpo, solitamente nel cuore, può immettersi nel flusso sanguigno e ostruire un’arteria cerebrale di calibro leggermente inferiore alle dimensioni dell’embolo stesso.
Ictus emorragico
Si verifica quando un’arteria del cervello si rompe, provocando la fuoriuscita di sangue nel tessuto cerebrale circostante. Il sangue che si accumula esercita una pressione sul cervello, causando danni alle cellule nervose. Rappresenta circa il 15% di tutti gli ictus, ma è la forma più grave e potenzialmente mortale.
Le principali cause dell’ictus emorragico sono:
- ipertensione arteriosa, che indebolisce nel tempo le pareti dei vasi
- aneurismi, cioè dilatazioni anomale di un’arteria
- malformazioni arterovenose (MAV)
- alterazioni della coagulazione del sangue, dovute per esempio all’uso di farmaci anticoagulanti
Quando l’ictus emorragico è causato dalla pressione arteriosa elevata si parla di emorragia intracerebrale. Ha un esordio improvviso e provoca gravi disturbi neurologici, come debolezza o paralisi di un lato del corpo, difficoltà nel linguaggio e, nei casi più seri, perdita di coscienza.
Quando invece l’ictus è causato dalla rottura di un aneurisma si parla di emorragia subaracnoidea. In questo caso il sangue si riversa nello spazio tra il cervello e le sue membrane. Il sintomo più caratteristico è una cefalea improvvisa e molto intensa, mai avvertita prima, spesso accompagnata da vomito, rigidità del collo, sensibilità alla luce e, in molti casi, perdita di coscienza.
Attacco Ischemico Transitorio (T.I.A.)
L’Attacco Ischemico Transitorio (T.I.A.), detto anche mini stroke, è causato da un coagulo temporaneo che ostruisce un’arteria. I segni e sintomi del TIA sono gli stessi dell’ictus, ma si verificano molto velocemente, durano un tempo breve (da pochi minuti ad un’ora) e regrediscono entro le 24 ore.
Contrariamente all’ ictus, il TIA non lascia danni al cervello, ma costituisce un importante segnale d’allarme e va preso molto seriamente per poter prevenire un eventuale ictus. Circa 1/3 dei pazienti che ha avuto un TIA, infatti, ha infatti un ictus entro un anno.
È quindi importante riconoscere i segni di un TIA e raggiungere l’ospedale in tempi brevi. In questo modo sarà possibile identificare la causa del TIA ed iniziare un trattamento finalizzato a prevenire un ictus più severo.
A seconda della sede del cervello colpita, un ictus può provocare deficit oppure disturbi:
- sensitivo-motori
- cognitivi
- visivi
- sfinterici
- del linguaggio
- della deglutizione
- della sfera emotivo-comportamentale
I sintomi dell’ictus possono presentarsi tutti contemporaneamente o in varie combinazioni:
- avere la bocca storta
- far fatica a parlare: difficoltà ad articolare le parole, a trovare le parole giuste, oppure a comprendere parole o frasi
- non riuscire più a muovere, o muovere con minor forza, un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo
- non avvertire la sensibilità o avvertire formicolio in un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo
- non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti
- non riuscire a coordinare i movimenti e di stare in equilibrio (atassia)
- avere un violento e localizzato mal di testa, diverso dal solito
Riconoscere i sintomi dell’ictus: la regola del FAST
Un metodo semplice per ricordare i sintomi dell’ictus è la regola del FAST: Face, Arms, Speech, Time.
- F come face (faccia)
- A come arm (braccio, che non si riesce a sollevare o a tenere su)
- S come speech (linguaggio)
- T come time (tempo, ma anche telefono)
Se si avverte uno o più di questi sintomi non bisogna perdere tempo: non chiamare il medico curante né recarsi o farsi accompagnare in ospedale, ma chiamare subito il numero dell’emergenza 112. I soccorritori porteranno la persona nella stroke unit più vicina.
Cosa fare in caso di sospetto ictus
L’ictus è un’emergenza medica e richiede un intervento immediato. Se si sospetta un ictus, è fondamentale chiamare subito il numero dell’emergenza 112, affinché la persona venga trasportata con urgenza in un centro specializzato per il trattamento dell’ictus (Stroke Unit).
È essenziale che il paziente arrivi il prima possibile in una struttura attrezzata, dove possano essere eseguiti immediatamente gli esami necessari, in particolare la TAC, per stabilire se l’ictus è di origine ischemica o emorragica. In caso di ictus ischemico, è possibile intervenire con la trombolisi, un trattamento che può sciogliere il coagulo e ripristinare il flusso di sangue al cervello.
Il fattore tempo è decisivo: il trattamento deve avvenire entro le prime tre-quattro ore, poiché oltre questo limite aumenta il rischio di complicanze, come l’emorragia. Prima si interviene, maggiori sono le possibilità di salvare il tessuto cerebrale.
Se si riconoscono i sintomi di un ictus, che colpiscano noi stessi o una persona vicina, è indispensabile:
• Non perdere tempo e chiamare immediatamente il 112, spiegando chiaramente la situazione
• Far trasportare immediatamente la persona alla Stroke Unit più vicina
• Non chiamare la guardia medica
• Non rivolgersi al medico di famiglia
• Non aspettare che i sintomi passino da soli
Agire tempestivamente può fare la differenza.
Perchè viene l'ictus: i fattori di rischio
La possibilità di avere un ictus è legata ai fattori di rischio, ovvero le condizioni personali o ambientali che aumentano la probabilità di sviluppare una malattia, in questo caso l’ictus. Essi si distinguono in non modificabili e modificabili, a seconda che sia o meno possibile intervenire su di essi.
Fattori di rischio non modificabili
- Età: l’incidenza dell’ictus aumenta con l’età; raddoppia ogni decennio dopo i 55 anni e cresce in modo quasi esponenziale dopo i 65 anni.
- Ereditarietà e storia familiare: avere un parente di primo grado (genitore, nonno, fratello o sorella) colpito da ictus comporta un rischio maggiore rispetto a chi non presenta familiarità.
- Etnia: la popolazione di colore presenta un rischio più elevato di ictus rispetto alla popolazione caucasica, in particolare per la maggiore diffusione di ipertensione arteriosa e diabete.
- Sesso: l’ictus colpisce leggermente di più il sesso maschile nelle età più giovani, poiché le donne sono in parte protette dagli ormoni sessuali fino alla menopausa. Tuttavia, oltre la metà dei decessi per ictus riguarda le donne. Dopo i 65 anni l’incidenza è simile tra i due sessi, mentre dopo gli 80 anni risulta maggiore nel sesso femminile, anche perché le donne hanno un’aspettativa di vita più lunga.
- Stress e ambiente di vita: condizioni di stress cronico e ambienti sfavorevoli possono contribuire ad aumentare il rischio.
Fattori di rischio modificabili
(attraverso stili di vita corretti e/o terapie farmacologiche)
- Ipertensione arteriosa: insieme alla fibrillazione atriale è il principale fattore di rischio per l’ictus. Si parla di ipertensione quando i valori pressori si mantengono stabilmente sopra i 140 mmHg di massima e gli 85 mmHg di minima.
- Fibrillazione atriale: è un’aritmia spesso asintomatica che aumenta significativamente il rischio di ictus ischemico. È importante controllare regolarmente il battito cardiaco e misurare la pressione con dispositivi validati per lo screening di questa condizione.
- Diabete mellito: si definisce tale quando la glicemia a digiuno supera i 126 mg/dL.
- Ipercolesterolemia: livelli elevati di colesterolo LDL (“cattivo”) e di trigliceridi aumentano il rischio di ictus in modo proporzionale ai valori riscontrati.
- Fumo di sigaretta: aumenta il rischio di ictus di due-tre volte; il rischio cresce con il numero di sigarette fumate e con la durata dell’abitudine.
- Cardiopatie: esiste una stretta relazione tra cuore e cervello; diverse patologie cardiache, in particolare le aritmie, aumentano il rischio di ictus.
- Altre condizioni: la presenza di protesi valvolari, un recente infarto del miocardio, l’endocardite infettiva, il forame ovale pervio e la presenza di placche ateromasiche nei grossi vasi del collo (stenosi carotidea) aumentano il rischio di ictus, soprattutto ischemico.
- Obesità: favorisce l’insorgenza di diabete e di altre condizioni che aumentano il rischio cardiovascolare.
- Ridotta attività fisica
- Emicrania
- Pillola estroprogestinica: il rischio è maggiore nelle donne che la assumono e soffrono di emicrania e/o sono fumatrici.
- Abuso di alcol
Altri fattori di rischio
- TIA (attacchi ischemici transitori): rappresentano un importante segnale di allarme.
- Infarto cardiaco: aver avuto un infarto aumenta il rischio di ictus, poiché le due patologie condividono molti fattori di rischio (ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, fumo, inattività fisica e obesità).
- Malattie genetiche: alcuni ictus possono essere il primo segno di patologie genetiche.
- Altre patologie genetiche rare: esistono forme meno comuni, che interessano una piccola percentuale della popolazione, ma che possono comunque predisporre all’ictus.
Come si può prevenire l'ictus?
Le strategie di prevenzione dell’ictus si distinguono in prevenzione primaria e prevenzione secondaria. La prevenzione primaria ha l’obiettivo di ridurre il rischio di andare incontro a un ictus per la prima volta, mentre la prevenzione secondaria è rivolta alle persone che hanno già avuto un ictus e mira a prevenire nuovi eventi.
I fattori di rischio dell’ictus sono numerosi. Alcuni non sono modificabili, come l’età, mentre altri possono essere controllati o ridotti attraverso interventi farmacologici e cambiamenti dello stile di vita. Il loro riconoscimento rappresenta un elemento fondamentale per una prevenzione efficace, sia primaria sia secondaria.
Prevenzione primaria: evitare che l’ictus si verifichi
La prevenzione primaria riguarda tutte le persone che non hanno mai avuto un ictus e ha l’obiettivo di ridurre i fattori di rischio prima che la malattia si manifesti.
Il primo passo è adottare uno stile di vita sano:
- Controllare la pressione arteriosa, perché la pressione alta è il principale fattore di rischio per l’ictus.
- Seguire un’alimentazione equilibrata, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali e povera di sale, grassi e zuccheri.
- Svolgere attività fisica regolare. Un esercizio aerobico moderato (ad esempio camminare per 30-40 minuti al giorno a 10-12 Km/h per 3-4 volte settimana) riduce il rischio di ictus.
- Evitare il fumo di sigaretta, che aumenta notevolmente il rischio di ictus ischemico.
- Limitare il consumo di alcol.
- Mantenere un peso corporeo adeguato. La riduzione del peso corporeo riduce i valori di pressione.
È inoltre fondamentale controllare e curare alcune malattie che aumentano il rischio di ictus:
- Ipertensione arteriosa. Se vi è ipertensione è raccomandato il trattamento, sia farmacologico che non farmacologico, con l’obiettivo di ridurre i valori pressori.
- Diabete mellito. L’associazione, piuttosto frequente, tra diabete mellito e ipertensione arteriosa aumenta in modo significativo il rischio di ictus. Un adeguato controllo della pressione arteriosa consente di ridurre in maniera rilevante questo rischio. Nei pazienti diabetici ad alto rischio possono inoltre essere indicati trattamenti farmacologici preventivi, come le statine e/o l’acido acetilsalicilico, sempre sotto indicazione medica.
- Colesterolo. Livelli elevati di colesterolo aumentano il rischio di ictus ischemico, mentre valori molto bassi sembrano essere associati a un maggiore rischio di ictus emorragico. Nei soggetti ad alto rischio, il trattamento con statine contribuisce comunque a ridurre il rischio complessivo di ictus, soprattutto se accompagnato da modifiche dello stile di vita, come una corretta alimentazione e l’attività fisica.
- Fibrillazione atriale. È un’aritmia cardiaca spesso priva di sintomi e particolarmente frequente nelle persone anziane, che aumenta il rischio di ictus ischemico di 4–5 volte. Un trattamento adeguato, basato principalmente sulla terapia anticoagulante, può ridurre questo rischio del 70–80%. Poiché la fibrillazione atriale è spesso asintomatica, è importante controllare periodicamente il ritmo cardiaco, ad esempio palpando il polso durante la misurazione della pressione arteriosa.
Effettuare controlli medici regolari permette di individuare precocemente queste condizioni e di trattarle in modo adeguato.
Prevenzione secondaria dell'ictus: ridurre il rischio di recidive
La prevenzione secondaria ha l’obiettivo di ridurre il rischio di un secondo ictus, limitare le complicanze e preservare la qualità di vita. La sua importanza è legata al fatto che, dopo un primo evento cerebrovascolare, il rischio di recidiva è significativamente più elevato rispetto a quello della popolazione generale.
Attraverso una combinazione di terapie appropriate, il controllo dei fattori di rischio e l’adozione di uno stile di vita sano, è possibile ridurre in modo sostanziale la probabilità di un nuovo ictus e proteggere la salute cerebrale nel lungo periodo.
Per essere efficace, la prevenzione secondaria deve essere avviata precocemente dopo la fase acuta e proseguita nel tempo. È fondamentale garantire una gestione integrata tra ospedale e territorio, assicurando la continuità delle cure e un adeguato follow-up.
Nel periodo successivo all’ictus, la prevenzione secondaria non si limita alla sola gestione clinica, ma prevede una presa in carico globale della persona. Questo include l’attenzione allo stress, una corretta igiene del sonno, l’aderenza alla terapia farmacologica e lo svolgimento regolare di attività fisica. Le linee guida internazionali raccomandano programmi personalizzati che combinino esercizio aerobico, allenamento della forza, stretching ed esercizi di equilibrio, con l’obiettivo di favorire il recupero funzionale e prevenire ulteriori complicanze.
Un ruolo centrale è svolto anche dal supporto psicologico e sociale. Depressione, ansia e riduzione dell’autostima sono condizioni frequenti dopo un ictus e possono influenzare negativamente la capacità di autogestione. In questo contesto, l’attenzione si estende alla diade paziente–caregiver, poiché la qualità della relazione ha un impatto rilevante sul recupero e sul benessere di entrambi.
L’ictus è un’emergenza medica: il trattamento tempestivo presso una Stroke Unit può salvare la vita e ridurre le conseguenze permanenti. La combinazione di terapie d’urgenza, cure ospedaliere mirate e riabilitazione personalizzata può ridurre i danni cerebrali, migliorare la qualità di vita e prevenire nuove recidive.
I trattamenti dipendono dal tipo di ictus: ischemico (causato da un coagulo) o emorragico (causato da un sanguinamento).
Come si tratta l’ictus ischemico
L’ictus ischemico si verifica quando un vaso sanguigno del cervello si ostruisce, bloccando l’afflusso di sangue e ossigeno al tessuto cerebrale. L’obiettivo del trattamento è riaprire il vaso il prima possibile per ridurre i danni al cervello.
Se la persona arriva in ospedale entro poche ore dall’inizio dei sintomi, può ricevere una terapia trombolitica endovenosa, che aiuta a sciogliere il coagulo responsabile dell’ostruzione. In alcuni casi, soprattutto quando sono coinvolti i vasi più grandi, è possibile ricorrere alla trombectomia meccanica, una procedura che rimuove direttamente il coagulo.
Durante la fase acuta, i medici controllano e stabilizzano i principali parametri vitali, come pressione arteriosa, zuccheri nel sangue e ossigeno. Nei giorni successivi, il trattamento prosegue con farmaci per prevenire nuovi ictus, il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare e l’avvio precoce della riabilitazione, essenziale per favorire il recupero delle capacità fisiche e cognitive.
Come si tratta l’ictus emorragico
L’ictus emorragico si verifica quando un vaso sanguigno del cervello si rompe, causando la fuoriuscita di sangue nel cervello o negli spazi circostanti. In questo caso, il trattamento ha l’obiettivo di controllare l’emorragia, ridurre la pressione all’interno del cranio e prevenire ulteriori danni cerebrali.
Nella fase acuta, la persona viene ricoverata in Stroke Unit per un monitoraggio intensivo. È molto importante controllare la pressione arteriosa e correggere eventuali problemi della coagulazione del sangue, soprattutto nei pazienti che assumono farmaci anticoagulanti. Se necessario, si interviene per ridurre la pressione all’interno del cranio con farmaci o altre misure di supporto.
In alcuni casi, può essere indicato un intervento neurochirurgico, ad esempio per rimuovere l’ematoma o trattare la causa dell’emorragia, come aneurismi o malformazioni vascolari. Superata la fase critica, l’attenzione si concentra sulla prevenzione delle complicanze e sull’avvio della riabilitazione, fondamentale per favorire il recupero delle capacità fisiche e cognitive.
Una Stroke Unit è un reparto ospedaliero speciale dedicato alla cura delle persone colpite da ictus. Si tratta di un’area separata, di solito all’interno del reparto di Neurologia, con letti riservati e attrezzature per monitorare costantemente i parametri vitali, come battito cardiaco, pressione arteriosa, ossigeno nel sangue, temperatura e glicemia.
L’assistenza è garantita da un team multidisciplinare, formato da neurologi esperti in ictus, infermieri dedicati, fisioterapisti, logopedisti, dietisti e assistenti sociali. Ogni professionista ha un ruolo preciso e il lavoro di squadra è coordinato da un responsabile clinico. Il team si incontra regolarmente per definire percorsi di cura personalizzati.
Le persone colpite da ictus vengono seguite in tutte le fasi della malattia:
- Fase acuta: monitoraggio continuo, gestione dei trattamenti urgenti per riaprire i vasi bloccati e controllo delle eventuali complicanze.
- Fase di stabilizzazione: mobilizzazione precoce, supporto nella deglutizione e nel controllo degli sfinteri, trattamento di infezioni e altre possibili complicanze.
- Fase di preparazione alla riabilitazione: avvio della riabilitazione, prevenzione di nuovi ictus e pianificazione della dimissione.
Studi scientifici e linee guida internazionali dimostrano che i pazienti assistiti in Stroke Unit, rispetto a quelli ricoverati in reparti generici, hanno:
- maggiori possibilità di sopravvivere
- riduzione della disabilità residua
- minore rischio di dover essere trasferiti in strutture di lungo periodo
- ricoveri più brevi e costi complessivi più bassi
Questi benefici si osservano indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla gravità o dal tipo di ictus.
L’ictus ha un forte impatto sulla vita della persona che ne è colpita e della sua famiglia. Può compromettere le capacità fisiche, cognitive ed emotive, rendendo difficili attività quotidiane come prendersi cura di sé, comunicare o mantenere l’autonomia. A questi aspetti si aggiungono spesso stanchezza persistente e cambiamenti nel ruolo familiare. Per questo motivo, il percorso di assistenza dopo l’ictus è generalmente lungo e richiede il coinvolgimento di diversi servizi e contesti di cura, soprattutto nel delicato momento della dimissione dall’ospedale o da strutture residenziali.
L’esperienza dell’ictus influisce in modo significativo anche sui familiari e sui caregiver, che dopo il rientro a casa si trovano spesso ad affrontare nuove responsabilità senza un adeguato supporto. Non di rado si sentono soli, impreparati e sotto pressione, con un aumento di stress, ansia e, talvolta, depressione. Queste difficoltà possono ripercuotersi sull’assistenza stessa, aumentando il rischio di errori, di interruzioni nelle cure o di nuovi ricoveri, con un conseguente peggioramento della qualità di vita di tutta la famiglia.
Le cure di transizione
È fondamentale pianificare con attenzione il passaggio dall’ospedale al domicilio, un processo noto come “cure di transizione”. Una buona organizzazione di questa fase permette di garantire continuità nelle cure, rispondere ai bisogni della persona assistita e della sua famiglia e ridurre i rischi legati al rientro a casa.
Le cure di transizione rappresentano un momento chiave del percorso di assistenza: servono a coordinare i diversi servizi coinvolti e a garantire che la persona e i familiari non vengano lasciati soli durante il passaggio da un contesto di cura a un altro o da un livello di assistenza più intensivo a uno meno intensivo.
Il rientro a domicilio dopo il ricovero richiede la collaborazione di diversi professionisti e servizi, ma anche il coinvolgimento attivo della persona assistita e della sua famiglia. È importante che questo percorso sia pianificato per tempo, in modo chiaro, condiviso e sostenibile.
La lettera di dimissione
Alla dimissione dall’ospedale, il medico prepara una lettera che riassume in modo chiaro e sintetico le informazioni principali sul ricovero. In particolare, la lettera contiene:
- il motivo del ricovero e le condizioni della persona all’ingresso
- la diagnosi alla dimissione e le eventuali altre malattie presenti
- l’andamento del ricovero e gli esami più importanti eseguiti
- le terapie effettuate e quelle da continuare a casa
- le condizioni della persona al momento della dimissione (ad esempio autonomia, alimentazione, difficoltà motorie o di comunicazione)
- le indicazioni per i controlli successivi e il percorso di cura
- i servizi territoriali eventualmente coinvolti
- Nel caso di dimissione da una struttura residenziale (RSA), alla lettera sono allegati anche i resoconti finali dell’assistenza infermieristica e del percorso riabilitativo.
Scelta del percorso dopo la dimissione
Al termine del ricovero ospedaliero viene individuato il percorso più adatto per la fase successiva. Questo può prevedere: un periodo di riabilitazione in struttura, l’inserimento in una residenza assistenziale, il rientro a domicilio con i supporti necessari oppure la riabilitazione ambulatoriale. La scelta dipende dalle condizioni della persona, dai suoi bisogni e dalla disponibilità e partecipazione della famiglia.
Se la persona non è in grado di affrontare un percorso riabilitativo, la dimissione viene pianificata insieme all’assistente sociale e ai familiari, con l’obiettivo di garantire il rientro a casa con eventuali ausili oppure, se necessario, il trasferimento in una struttura adeguata.
Per chi non può tornare a casa in autonomia, viene attivato un percorso di dimissione protetta, pensato per assicurare continuità e sicurezza nelle cure durante il passaggio dall’ospedale al domicilio o ad altra struttura.
Dopo la dimissione: presa in carico sul territorio
A seguito della dimissione, i servizi territoriali ricevono le informazioni necessarie e organizzano la presa in carico della persona, attivando:
- l’assistenza a domicilio e i professionisti necessari
- il supporto alla famiglia e ai caregiver
- eventuali percorsi personalizzati nei casi più complessi
Viene definito un piano di assistenza che stabilisce:
- gli obiettivi di cura e di supporto
- i servizi da attivare
- i tempi e le responsabilità
- il coinvolgimento della persona assistita e della sua famiglia
I professionisti seguono nel tempo l’evoluzione della situazione, adattando gli interventi, se necessario, fino al raggiungimento degli obiettivi previsti.
Dopo un ictus, la riabilitazione è fondamentale perché aiuta la persona a recuperare, per quanto possibile, le funzioni compromesse e a ritrovare autonomia e qualità di vita. L’ictus può causare difficoltà motorie, cognitive, linguistiche ed emotive che incidono profondamente sulla vita quotidiana; senza un intervento riabilitativo adeguato, queste limitazioni rischiano di diventare permanenti o di peggiorare nel tempo.
La riabilitazione, soprattutto se avviata precocemente, sfrutta la capacità del cervello di riorganizzarsi e di creare nuove connessioni, un fenomeno noto come plasticità neuronale. Attraverso esercizi mirati e ripetitivi, il paziente può recuperare abilità perdute o imparare strategie alternative per compensare le funzioni danneggiate.
Oltre al recupero fisico, la riabilitazione è importante anche per affrontare le conseguenze cognitive e psicologiche dell’ictus, come difficoltà di attenzione, problemi di linguaggio, alterazioni dell’umore o ridotta fiducia in sé stessi. Un percorso strutturato aiuta il paziente ad adattarsi alla nuova condizione, a gestire le difficoltà quotidiane e a prevenire complicanze fisiche, psicologiche e sociali.
Infine, la riabilitazione coinvolge anche la famiglia e l’ambiente di vita, favorendo un rientro più sicuro e consapevole nella quotidianità. Per tutti questi motivi, la riabilitazione rappresenta una parte essenziale del trattamento dopo un ictus e un investimento concreto nel benessere presente e futuro della persona.
Quando iniziare la riabilitazione post-ictus
Dopo un ictus, iniziare la riabilitazione quanto prima è fondamentale per favorire il miglior recupero possibile. Nelle fasi iniziali successive all’evento acuto, il cervello presenta una maggiore capacità di riorganizzarsi e di creare nuove connessioni tra i neuroni: intervenire precocemente consente di sfruttare al massimo questa finestra temporale, aumentando le possibilità di recupero delle funzioni compromesse.
Avviare subito la riabilitazione aiuta inoltre a prevenire numerose complicanze, come la rigidità muscolare, le retrazioni articolari, la perdita di forza, le difficoltà respiratorie e le piaghe da decubito. Anche dal punto di vista cognitivo e psicologico, un intervento tempestivo contribuisce a ridurre il rischio di isolamento, depressione e perdita di motivazione, favorendo una partecipazione attiva del paziente al percorso di cura.
La riabilitazione precoce permette alla persona colpita da ictus di mantenere e recuperare più rapidamente le abilità necessarie per la vita quotidiana, come muoversi, comunicare, mangiare e prendersi cura di sé. Inoltre, un percorso avviato fin dalle prime fasi facilita una migliore pianificazione del rientro a domicilio e dell’adattamento dell’ambiente di vita.
Che cos’è il Progetto Riabilitativo Individuale (PRI)
Nel luogo in cui si svolge la riabilitazione — che può essere l’ospedale, un ambulatorio o la casa della persona — ogni paziente che ha avuto un ictus riceve un Progetto Riabilitativo Individuale (PRI). Si tratta di un percorso di cura personalizzato, studiato in base ai bisogni specifici della persona e alla sua situazione di vita.
Il progetto è realizzato da un’équipe di professionisti che lavorano insieme: il medico specialista in riabilitazione, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, infermieri e operatori socio-sanitari. Ognuno contribuisce con competenze specifiche per aiutare la persona a recuperare le funzioni compromesse.
Se ci sono difficoltà nel parlare, comprendere, deglutire o in altre funzioni cognitive, sono indicate terapie mirate, come la logopedia o la riabilitazione neuropsicologica. In caso di problemi di movimento, la fisioterapia aiuta a migliorare forza, equilibrio e mobilità. La terapia occupazionale favorisce invece il recupero dell’autonomia nelle attività quotidiane e adatta l’ambiente di vita alle nuove esigenze.
Quando necessario, l’assistente sociale può offrire supporto alla persona e alla sua famiglia, aiutandoli a orientarsi tra i servizi di assistenza e nei percorsi di sostegno sociale e lavorativo.
Quanto dura la riabilitazione dopo un ictus
Nella fase acuta di un ictus è difficile sapere con precisione quanto durerà la riabilitazione e se le difficoltà che possono comparire saranno temporanee o permanenti. Allo stesso modo, non è sempre possibile stabilirne subito la gravità.
Il percorso di riabilitazione viene definito attraverso un Progetto Riabilitativo Individuale (PRI), costruito insieme alla persona che ha avuto l’ictus e a chi se ne prende cura. Questo progetto può prevedere diverse fasi e il passaggio tra vari luoghi di cura, ad esempio dalla riabilitazione intensiva in ospedale a quella ambulatoriale o a domicilio.
La riabilitazione può durare poche settimane oppure diversi mesi, soprattutto nei casi più complessi. In alcune situazioni, miglioramenti possono continuare anche oltre un anno, in particolare per quanto riguarda la forza, l’uso del braccio o il linguaggio. Per questo è importante avere pazienza, essere costanti e svolgere regolarmente gli esercizi consigliati.
In generale, nelle fasi più avanzate e stabili della malattia, è importante che la persona che ha avuto un ictus mantenga, per quanto possibile, uno stile di vita attivo, sia dal punto di vista fisico sia mentale, per preservare le capacità acquisite e il benessere complessivo.
Che cos'è l'ADI: Assistenza Domiciliare Integrata
L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) è un servizio che permette alle persone che hanno avuto un ictus di ricevere cure e assistenza direttamente a casa propria. È indicata quando, dopo l’ictus, la persona ha difficoltà a muoversi, a svolgere le attività quotidiane o a recarsi presso ambulatori e strutture sanitarie.
L’ADI può essere attivata a qualsiasi età e non dipende dal reddito. La richiesta viene effettuata dal medico di famiglia oppure dal medico ospedaliero al momento della dimissione. L’assistenza è fornita da servizi accreditati, che possono essere scelti dalla persona interessata o dai familiari. All’inizio del servizio, gli operatori sanitari effettuano una valutazione dei bisogni direttamente a domicilio.
Le cure e gli interventi vengono organizzati in un Piano di Assistenza Individuale (PAI), costruito sulle necessità specifiche della persona che ha avuto un ictus. L’assistenza può includere interventi infermieristici e riabilitativi, come la fisioterapia o la logopedia. Quando necessario, possono essere previsti anche aiuti per l’igiene personale, il supporto nei movimenti e visite mediche specialistiche. In alcuni casi, è possibile effettuare anche prelievi di sangue a domicilio.
Gli interventi di riabilitazione vengono prescritti dal medico specialista e inseriti in un Progetto Riabilitativo Individuale (PRI). In genere, l’assistenza domiciliare inizia entro pochi giorni dalla richiesta, o anche più rapidamente nei casi urgenti.
All’avvio del servizio viene firmata la documentazione necessaria. Durante il periodo di assistenza, presso il domicilio della persona vengono lasciati il piano di assistenza e un diario, in cui sono annotati gli interventi effettuati. Al termine del percorso di assistenza domiciliare, viene consegnato un documento di dimissione.
La disfagia è la difficoltà a deglutire, cioè a mandare giù cibi solidi e/o liquidi. Indica tutti i problemi che possono verificarsi durante il passaggio del cibo dalla bocca allo stomaco. È un disturbo abbastanza comune nelle persone che hanno avuto un ictus, perché l’ictus può danneggiare le aree del cervello che controllano i muscoli coinvolti nella deglutizione.
Questo disturbo è più frequente e spesso più grave nella fase iniziale dopo l’ictus, ma nella maggior parte dei casi tende a migliorare con il passare del tempo. Tuttavia, soprattutto all’inizio, la disfagia può essere pericolosa: cibo e bevande possono infatti finire nelle vie respiratorie invece che nello stomaco, causando problemi seri come infezioni ai polmoni. La disfagia può inoltre provocare malnutrizione, disidratazione, perdita di peso e una sensazione generale di debolezza. Tutti questi aspetti possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita della persona che ne soffre e anche su quella dei familiari o di chi se ne prende cura.
I segnali che possono far sospettare la presenza di disfagia sono:
- tosse durante o dopo i pasti
- voce gorgogliante o “umida”
- bisogno frequente di schiarirsi la gola
- cambiamento del colore del viso
- lacrimazione
- fuoriuscita di saliva o di cibo dalla bocca
- tendenza a tenere il cibo in bocca a lungo
- residui di cibo in bocca dopo aver deglutito
- fuoriuscita di cibo dal naso
- starnuti durante il pasto
- febbricole frequenti senza cause evidenti
- perdita di peso e stanchezza
Se compare uno o più di questi segnali, è importante chiedere aiuto a un professionista sanitario, per evitare rischi e garantire un’alimentazione sicura.
Disfagia: l’intervento del logopedista
La disfagia viene seguita da un’équipe di professionisti sanitari, che può comprendere medici, infermieri e logopedisti. In ospedale, le difficoltà nella deglutizione vengono spesso individuate già con un primo controllo. Se necessario, la persona viene poi valutata dal logopedista, che esegue una valutazione più approfondita della deglutizione per capire il tipo di difficoltà e come intervenire nel modo più adatto.
La valutazione serve a:
- capire se la persona può mangiare e bere in sicurezza
- stabilire quanto è grave la difficoltà
- indicare eventuali cambiamenti nella consistenza dei cibi e delle bevande
- programmare un percorso di riabilitazione
- fornire indicazioni pratiche ai familiari per gestire i pasti in modo sicuro
Il trattamento logopedico può includere esercizi specifici, strategie per deglutire in modo più sicuro, indicazioni sulle posizioni corrette da mantenere durante i pasti e, se necessario, modifiche alla consistenza dei cibi e delle bevande.
Nella maggior parte dei casi, con un trattamento adeguato, la disfagia tende a migliorare o a risolversi nelle settimane o nei mesi successivi all’ictus.
Per questo è importante che ogni persona che ha avuto un ictus e presenta difficoltà a mangiare o bere, tosse durante i pasti o una voce “gorgogliante” si rivolga il prima possibile a personale sanitario qualificato, per una valutazione accurata e un trattamento appropriato.
Dopo un ictus può capitare che una persona sviluppi l’afasia, un disturbo che colpisce il linguaggio e la comunicazione. L’afasia può ridurre in modo parziale o totale la capacità di comunicare, rendendo difficile comprendere ciò che viene detto e/o esprimersi con le parole. Le difficoltà possono riguardare il linguaggio parlato e quello scritto, quindi il parlare, il capire, il leggere e lo scrivere. In alcuni casi possono essere coinvolte anche abilità come il calcolo.
L’afasia è causata da lesioni cerebrali che interessano più spesso la parte sinistra del cervello, dove si trovano le principali aree responsabili del linguaggio.
Esistono diverse forme di afasia:
- le afasie fluenti, in cui la persona riesce a parlare molto e con facilità, ma quello che dice può risultare poco comprensibile o confuso. Spesso anche la capacità di capire ciò che viene detto dagli altri è ridotta e la persona può non rendersi conto delle proprie difficoltà
- le afasie non fluenti, in cui la persona parla poco e con molta fatica, con difficoltà a trovare e pronunciare le parole. In questi casi, di solito la comprensione del linguaggio è abbastanza conservata: la persona capisce ciò che le viene detto, ma è consapevole di non riuscire a esprimersi come vorrebbe, e questo può causare frustrazione.
La gravità dell’afasiavaria molto da persona a persona. In alcuni casi la perdita della capacità di parlare è quasi totale, mentre in altri le difficoltà sono più lievi e riguardano, per esempio, il trovare la parola giusta o usarla correttamente. Anche i problemi di comprensione possono variare: si va da piccoli fraintendimenti fino a una difficoltà importante nel capire ciò che viene detto dagli altri.
La presa in carico dell’afasia avviene nell’ambito della neuroriabilitazione e coinvolge soprattutto il logopedista e, quando necessario, il neuropsicologo. Durante la valutazione vengono utilizzati test specifici per individuare quali abilità linguistiche sono compromesse e quali, invece, sono ancora conservate.
In base ai risultati della valutazione viene poi definito un percorso riabilitativo personalizzato. Questo può includere esercizi per recuperare o migliorare le capacità linguistiche danneggiate e strategie utili a compensare le difficoltà, con l’obiettivo di favorire una comunicazione il più possibile efficace nella vita di tutti i giorni.
Quando un ictus colpisce la parte destra del cervello, possono comparire problemi di movimento e di sensibilità nella parte sinistra del corpo. Al contrario, se l’ictus interessa la parte sinistra del cervello, i disturbi riguardano la parte destra del corpo.
Se i movimenti volontari del lato colpito sono del tutto assenti, si parla di paralisi (o emiplegia). Quando invece il movimento è solo parzialmente ridotto, si parla di debolezza (o emiparesi). Per questo motivo, un ictus che colpisce l’emisfero destro del cervello provoca una paralisi o una debolezza del lato sinistro del corpo, e viceversa.
I disturbi del movimento possono coinvolgere il volto (per esempio una bocca deviata), il braccio e/o la gamba. Questo può rendere difficile, o in alcuni casi impossibile, parlare, muoversi, camminare e svolgere le normali attività della vita quotidiana.
I problemi di movimento possono essere accompagnati da:
- Riduzione del tono muscolare: il muscolo è debole e “molle”, l’arto tende a cadere
- Rigidità muscolare: aumento eccessivo della tensione dei muscoli, che può causare rigidità, movimenti difficili, spasmi dolorosi o contratture
- Movimenti involontari associati: durante un’azione (come tossire, sbadigliare o cambiare posizione) possono comparire movimenti non controllati dell’arto colpito
- Scarsa coordinazione dei movimenti: difficoltà nel controllare e rendere precisi i movimenti, ad esempio nel raggiungere un oggetto o una parte del corpo
- Problemi di postura ed equilibrio: difficoltà a percepire correttamente il proprio corpo nello spazio, con postura disallineata e instabilità, soprattutto da seduti
Accanto ai disturbi del movimento, possono essere presenti anche alterazioni della sensibilità. La persona può avvertire meno il tatto, il caldo, il freddo o il dolore, oppure non sentirli affatto. Questo può causare difficoltà a riconoscere la posizione del braccio o della gamba, a capire dove si viene toccati o la comparsa di sensazioni anomale, come formicolii.
Cosa si può fare: il percorso di fisioterapia
Il fisioterapista effettua una valutazione approfondita per individuare i problemi di movimento e di sensibilità, tenendo conto anche di eventuali difficoltà cognitive. In base a questa valutazione, costruisce un programma riabilitativo personalizzato, con obiettivi a breve, medio e lungo termine, che viene condiviso con la persona e con i familiari o caregiver.
L’esercizio terapeutico è lo strumento principale della fisioterapia e serve a favorire il recupero, stimolare il movimento corretto e migliorare l’autonomia nella vita quotidiana.
Gli obiettivi del trattamento fisioterapico includono:
- aumentare la consapevolezza delle difficoltà dopo l’ictus
- migliorare l’attenzione visiva e l’orientamento nello spazio
- migliorare la percezione del proprio corpo e la postura
- recuperare il movimento e il controllo degli arti e del tronco
- apprendere strategie per cambiare posizione in sicurezza
- recuperare e mantenere la posizione seduta
- aumentare l’autonomia nei trasferimenti (letto, poltrona, carrozzina, bagno)
- recuperare la posizione in piedi e la capacità di camminare, con o senza ausili
- migliorare la capacità di salire e scendere le scale
Disturbi cognitivi dopo un ictus: quali sono
A seguito di un ictus si possono verificare dei disturbi cognitivi, cioè possono comparire difficoltà nel pensare, ricordare e concentrarsi:
Disturbi della prassia (capacità di eseguire movimenti volontari e gesti intenzionali)
I disturbi della prassia (chiamati anche aprassia) riguardano la capacità di eseguire movimenti volontari e gesti intenzionali. La persona può avere difficoltà a compiere azioni quotidiane su richiesta o imitazione, anche se riesce a fare le stesse azioni in modo automatico, senza pensarci.
Ad esempio, potrebbe non riuscire a fare il gesto del “ciao ciao” quando glielo chiedono, ma può farlo normalmente quando saluta un amico senza pensarci. Allo stesso modo, può diventare difficile usare oggetti familiari, come il pettine, lo spazzolino o le posate durante i pasti.
Disturbi dell’attenzione
Dopo un ictus, è molto comune avere una sensazione di rallentamento mentale. La persona può avere difficoltà a concentrarsi e a seguire il filo di un discorso o di un film.
In altri casi, può distrarsi facilmente o avere problemi a svolgere due attività insieme, ad esempio guidare l’auto e parlare con qualcuno seduto accanto.
Difficoltà a prestare attenzione allo spazio: il Neglect
Il Neglect (chiamato anche eminegligenza spaziale unilaterale) è un problema di attenzione che colpisce soprattutto le persone che hanno avuto un ictus a destra, spesso accompagnato da debolezza o paralisi del lato sinistro del corpo. Chi ha il neglect fatica a prestare attenzione a tutto ciò che si trova alla propria sinistra.
Questo può rendere difficili molte attività quotidiane, ad esempio:
- orientarsi negli ambienti
- trovare oggetti in casa
- evitare ostacoli o porte sul lato sinistro
- mangiare tutto il cibo nel piatto
- leggere un giornale o un libro (ignorando la parte sinistra della pagina)
Spesso il neglect riguarda anche il proprio corpo. La persona può ignorare il braccio sinistro, dimenticare di rasarsi metà volto o avere difficoltà a vestirsi, mettere gli occhiali o svolgere altre azioni quotidiane.
Difficoltà nelle funzioni esecutive
Dopo un ictus, è comune avere problemi nelle funzioni esecutive, cioè nelle capacità che ci aiutano a organizzare, pianificare e controllare le azioni.
Queste difficoltà possono manifestarsi in vari modi, ad esempio:
- fatica a prendere decisioni o a stabilire obiettivi da raggiungere
- difficoltà a capire quali passaggi servono per raggiungere un obiettivo
- problemi a valutare le opzioni disponibili
- tendenza a ripetere strategie sbagliate invece di modificarle quando non funzionano
- difficoltà ad analizzare e capire le cause di un errore
Sono collegate anche all’attenzione:
- la capacità di concentrarsi può essere ridotta, facendo sì che altri pensieri o stimoli esterni interferiscano con il compito
- la flessibilità mentale può diminuire, rendendo più difficile passare rapidamente da un’attività all’altra.
Difficoltà nella percezione e nel riconoscimento
Dopo un ictus, alcune persone possono avere problemi nella percezione e nel riconoscimento di ciò che le circonda. Questi disturbi possono riguardare la vista, l’udito o il tatto.
Per esempio, a livello visivo possono comparire difficoltà come:
- non vedere metà degli oggetti (emianopsia)
- non percepire il movimento o la distanza degli oggetti
- avere problemi a distinguere i colori (acromatopsia)
A volte la persona può vedere gli oggetti o le persone ma non riconoscerli (agnosia). Ad esempio:
- può scambiare un cucchiaio per una forchetta o una lampadina per una pera
- può non riconoscere il coniuge guardandolo, ma capirlo solo quando parla
Difficoltà di memoria
Dopo un ictus, alcune persone possono avere problemi di memoria, cioè difficoltà a ricordare informazioni o compiti.
Questi problemi possono manifestarsi in diversi modi:
- fatica ad imparare cose nuove
- difficoltà a ricordare eventi passati
- dimenticare appuntamenti o attività programmate
- non ricordare più come eseguire un’azione abituale, ad esempio guidare la macchina
A volte diventa difficile tenere a mente più informazioni contemporaneamente, per esempio quando si devono fare calcoli o seguire tutti i passaggi di un’attività complessa.
Difficoltà nella cognizione sociale
Dopo un ictus, alcune persone possono avere problemi nella cognizione sociale, cioè nella capacità di capire e reagire agli altri e alle situazioni sociali.
Questi problemi possono apparire come cambiamenti di comportamento o di personalità, ad esempio:
- mettere in atto comportamenti non appropriati in pubblico
- essere meno sensibili alle regole sociali
- avere difficoltà a leggere i segnali o le espressioni facciali degli altri
- essere meno empatici
- possono anche comparire apatia, mancanza di iniziativa, impulsività, irritabilità o difficoltà a tollerare la frustrazione
Cosa si può fare
Il supporto del logopedista
Quando, a seguito di un ictus, una persona ha difficoltà a parlare o a comunicare, come nel caso dell’afasia, può essere molto utile l’intervento del logopedista. Il logopedista è il professionista che si occupa di aiutare le persone a recuperare, per quanto possibile, le capacità di linguaggio e comunicazione.
È importante iniziare questo percorso il prima possibile, compatibilmente con le condizioni della persona. Per lavorare in modo efficace servono alcune condizioni di base, come un minimo di attenzione, la disponibilità a collaborare e la motivazione a partecipare alla terapia.
Nei primi giorni dopo l’evento neurologico (circa 4–5 giorni), il logopedista effettua una prima valutazione, spesso direttamente al letto del paziente. Questa serve a capire quanto sono presenti le difficoltà e quali aspetti della comunicazione risultano più compromessi.
In un secondo momento, entro il primo mese dal ricovero, viene fatta una valutazione più approfondita, di solito dal logopedista insieme al neuropsicologo. Questo passaggio è importante per definire meglio il tipo di difficoltà e per stabilire il percorso di trattamento più adatto.
Durante il ricovero in ospedale, la terapia logopedica si svolge generalmente ogni giorno. Dopo la dimissione, il percorso può continuare in ambulatorio o a domicilio, con incontri di solito una o due volte alla settimana.
L’obiettivo principale della logopedia non è solo “far tornare a parlare”, ma aiutare la persona a comunicare nel modo più efficace possibile. Per questo si utilizzano tutti i mezzi disponibili: parole, gesti, espressioni del viso, immagini o altri strumenti di supporto. Un ruolo fondamentale lo hanno anche i familiari e le persone che assistono il paziente, che vengono coinvolti e guidati per facilitare la comunicazione nella vita di tutti i giorni.
Il supporto del neuropsicologo
Dopo un ictus o un altro danno neurologico, possono comparire difficoltà non solo fisiche o di linguaggio, ma anche legate alla memoria, all’attenzione, al comportamento, alle emozioni o alla capacità di organizzare le attività quotidiane. La valutazione e la riabilitazione di questi aspetti sono affidate allo psicologo o al neuropsicologo.
Il neuropsicologo si occupa di capire se sono presenti difficoltà cognitive o emotive, di seguirne l’evoluzione nel tempo e, quando necessario, di proporre interventi riabilitativi mirati. Per farlo utilizza l’esame neuropsicologico, che comprende test, scale e questionari pensati per individuare sia le difficoltà (ad esempio memoria, attenzione, concentrazione, motivazione) sia le capacità che sono rimaste intatte dopo l’ictus.
Il percorso neuropsicologico inizia già durante il ricovero, nella fase iniziale, su indicazione del neurologo o del fisiatra. L’obiettivo è riconoscere il prima possibile eventuali problemi cognitivi che potrebbero interferire con il recupero dell’autonomia. Se le condizioni della persona lo permettono, viene proposta una prima valutazione breve, spesso al letto del paziente, per avere un’idea generale del funzionamento cognitivo.
Una valutazione più approfondita viene effettuata successivamente, quando la situazione clinica è più stabile, generalmente entro una decina di giorni dall’ingresso in riabilitazione. In questa fase vengono utilizzati test più dettagliati, scelti in base alle caratteristiche della persona, alla sede dell’ictus e al tempo trascorso dall’evento. I risultati vengono condivisi con l’équipe riabilitativa per definire un progetto di cura personalizzato.
Sulla base delle difficoltà emerse, della loro gravità e degli obiettivi realistici, viene costruito un programma di riabilitazione mirato. Questo può servire a migliorare le funzioni compromesse oppure a insegnare strategie alternative per compensare le difficoltà, valorizzando le capacità che la persona ha conservato.
La riabilitazione neuropsicologica prevede esercizi pratici, anche con l’uso del computer, con livelli di difficoltà graduali, e l’apprendimento di strategie utili per affrontare meglio le attività della vita quotidiana. Il percorso viene condiviso con la persona e con i familiari e viene adattato nel tempo in base ai progressi e alle nuove esigenze.
Dopo un ictus la depressione è una condizione piuttosto frequente e riguarda circa una persona su tre. Può manifestarsi con tristezza persistente, senso di malinconia, perdita di interesse o di piacere nelle attività quotidiane. Spesso si accompagnano sentimenti di inutilità, di scarsa fiducia in sé e di inadeguatezza. Possono comparire anche stanchezza intensa, scarso appetito, disturbi del sonno e una sensazione generale di malessere.
In molti casi, la depressione è legata alla difficoltà emotiva di adattarsi ai cambiamenti improvvisi nella propria autonomia e nel proprio stile di vita. In altri casi, invece, è causata direttamente da modificazioni biologiche del cervello dovute all’ictus.
Oltre alla depressione, dopo un ictus possono comparire anche cambiamenti emotivi e comportamentali. Nella maggior parte dei casi si tratta di manifestazioni lievi e temporanee, ma in alcune situazioni possono essere più evidenti, soprattutto in relazione alla zona e all’estensione del danno cerebrale.
Tra questi cambiamenti possono esserci aumento dell’ansia, agitazione, difficoltà a controllare il comportamento, atteggiamenti più rigidi o apparentemente scontrosi, oppure una marcata apatia. In alcuni casi la persona può apparire distaccata o poco preoccupata della propria condizione, avere una scarsa consapevolezza delle difficoltà causate dall’ictus o, al contrario, mostrare una forte sensibilità emotiva, con reazioni intense di pianto, rabbia o agitazione anche di fronte a stimoli minimi.
Queste reazioni possono risultare difficili da comprendere per i familiari, che talvolta le interpretano come comportamenti volontari. Spesso, invece, sono una conseguenza diretta dell’ictus e tendono a ridursi con il passare del tempo, soprattutto dopo la fase più acuta.
È importante ricordare che la depressione e i cambiamenti emotivi e comportamentali non si manifestano allo stesso modo in tutte le persone. Il loro andamento dipende da molti fattori, tra cui le caratteristiche dell’ictus, l’età, la personalità, la storia personale e l’eventuale presenza di precedenti difficoltà psicologiche.
Cosa si può fare: il supporto psicologico
Fin dalle prime fasi del ricovero in riabilitazione è possibile coinvolgere lo psicologo clinico, su segnalazione dell’équipe sanitaria o su richiesta diretta della persona. Lo psicologo può aiutare ad affrontare il senso di smarrimento che spesso caratterizza le prime settimane dopo un ictus, favorendo una maggiore consapevolezza dei cambiamenti avvenuti e aiutando la persona a ritrovare le risorse interiori necessarie per partecipare attivamente al percorso di riabilitazione.
Durante la riabilitazione, i piccoli progressi quotidiani possono dare forza e motivazione. Tuttavia, quando gli sforzi non portano ai risultati sperati, è normale attraversare momenti di incertezza, scoraggiamento o preoccupazione per il futuro. In questi momenti, il supporto psicologico può essere particolarmente utile.
Il coinvolgimento dello psicologo può aiutare a:
- riconoscere precocemente segnali di disagio emotivo o psicologico, così da proporre l’intervento più adatto alla singola persona (in alcuni casi può essere utile anche un supporto farmacologico)
- comprendere se eventuali cambiamenti emotivi o comportamentali siano legati soprattutto alla reazione psicologica all’evento oppure a modificazioni dirette del funzionamento cerebrale
- offrire sostegno durante il periodo di ricovero, che di per sé può rappresentare una fonte di stress, e favorire la partecipazione attiva ai trattamenti riabilitativi
- valorizzare le risorse personali, aiutando la persona ad affrontare il cambiamento e ad avviare un graduale processo di adattamento.
La disabilità, infatti, non è una malattia in sé, ma richiede un percorso di adattamento psicologico che permetta alla persona di ripensare il proprio futuro e convivere con eventuali limitazioni senza compromettere in modo eccessivo la qualità di vita.
Il supporto psicologico è rivolto principalmente alla persona colpita da ictus, ma i colloqui possono essere estesi anche ai familiari, qualora sentano il bisogno di un sostegno o desiderino essere maggiormente d’aiuto al proprio caro.
Ultimo aggiornamento
Questa pagina è stata aggiornata il 18 Maggio 2026

